[cit. Calvino – Le città invisibili]
E’ l’inferno, e noi ci siamo dentro.
Talvolta ci sono degli “eroi” che rompono drasticamente con l’indifferenza in cui ci culliamo, in questo inferno che noi chiamiamo vita.
Stiamo parlando di Madre Teresa di Calcutta, di Florence Nightingale, di Ghandi, di M.L.King. Ma stiamo anche parlando della schiera anonima, pur se ugualmente importante, di medici che lottano giornalmente contro la morte, di preti di periferia che giocano a pallone con i ragazzi, di giovani che cercano di vivere davvero la loro vita.
Ognuno di noi conoscerà alcuni di questi angeli caduti, che si sforzano di riprendere il volo portando con sé anche il resto del mondo.
Forse in ognuno di noi c’è il germe della speranza, anche se oppresso dall’incapacità di fare qualcosa o dall’inconsapevolezza di poterla fare.
Interrogandoci, noi giovani della fine degli anni ottanta, abbiamo individuato le cause di questa mancanza di speranza nella generazione precedente, che probabilmente, per varie cause, non è riuscita a crescere bene i propri figli.
Abbiamo posto l’accento sui nostri sabato sera, nel corso dei quali notiamo ragazzine di dieci anni più piccole di noi che vestono come top models, magari ispirate dai giocattoli tipo di quest’età, che piuttosto che far sognare di essere Barbie principessa, fanno sognare di diventare delle Bratz Passeggiatrici.
Ci siamo resi conto che sempre più spesso i ragazzi vengono affidati alle cure di terzi, di docenti, di educatori, di catechisti, di televisione, di videogiochi, con la pretesa che questi possano sostituire la figura dei genitori con troppo lavoro, troppi impegni, troppa vita sociale…
Abbiamo parlato dei nostri sogni di bambini, costellati di Puffi, eroi su bianchi destrieri e cowboy che cavalcano verso il tramonto; sogni che si scontrano con l’anoressia delle modelle, lo spettacolare wrestling e i killer senza scrupolo, idoli della “nuova generazione”.
Noi abbiamo ancora delle speranze. Delle belle speranze.
Siamo sognatori, forse.
Eppure, disincantati, non possiamo che dire “io, speriamo che me la cavo”.
Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium;
atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
P.C.Tacito (da "Agricola")
Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano Impero;
infine, dove hanno fatto il deserto, lo chiamano pace.
Una triste constatazione della realtà del ventunesimo secolo, vecchia quanto il mondo, tanto da essere stata -quasi con preveggenza- scritta nel 97 da questo senatore ed alto magistrato romano che s'è piegato senza mai spezzarsi.
Forse con oggi ho definitivamente accantonato un incubo.
Potrebbe seguire un sogno, o un lungo risveglio. Ma l'importante è che non ci sia un incubo.
Se avessi guardato dall'esterno la scena che ho vissuto, credo che penserei "che coraggio". Sì una buona dose di coraggio, e tanto amore da parte dei miei amici. Eccole, le ricette per l'ultimo azzardo.
Un azzardo che a quanto pare è andato a segno, o almeno si spera.
Si vedrà, nei prossimi giorni, se la freccia scagliata ha colpito il cuore, se il vaso ha smesso di tracimare amore, se la lancia ci ha preso e ha smosso qualcosa.
Beh, mi ha fatto una linguaccia. Da quanto non lo faceva? Ah, le smorfie! Da tempo... mesi, ormai.
L'ho preso in contropiede. Un po' come quando "dici 'hei hai la patta aperta'. Mica lo dici tutti i giorni!!" (cit del mio protetto!).
E' vero non se lo aspettava.
In quel lampo, fulmineo, in quei due iceberg ho ritrovato la persona che mi ha condotta per mano alla scoperta del mio io. In quel battito di ciglia, subitaneo, ho rivisto lui e i suoi veri occhi.
Ora, ora si ricomincia. Si ricomincia a vivere, a sognare, a svegliarsi lentamente dall'incubo vissuto.
Ora si riprende.
Un sorriso.... "grazie".
«l'amore sa sperare quando la ragione già dispera...»
Lyttleton
Grazie, piccoletto, per avermi ricordato questa frase. Promesso, non smetterò di sperare...