Incredibile come una doccia bollente ti schiarisca le idee. Anche quelle non richieste.
Ora so qual'è il problema.
non so come porlo in una maniera che non sia chiara solo a me.
In realtà, poi, perché vorrei che sia chiaro anche ad altri? difendermi? E da cosa, poi?
No, non è questo...
è ben altro...
Vedi, il problema è che ho lottato contro tutto e tutti per avere la stima delle persone più importanti per me.
Perché vivo di questo. Di rapporti di stima e fiducia.
Ed ora, vedere che stimi più lei di me.... sentire, sentire, che è così... mi lacera.
Passare il tempo a chiedermi perché, dove ho sbagliato, ma se tornassi indietro lo rifarei, ma è davvero come dici oppure sono belle parole buttate lì per calmare il mio rancore (ammesso che ci sia), e placare i sensi di colpa che non hai mai avuto?
Vorrei dirtelo, ma so che mi inchioderesti al muro con qualche frase ad effetto, due o tre parole di cui mi vergogno a chiederti il significato, e come sempre finirebbe tutto lì.
Forse è per questo che ho sopito tutto, nascondendolo dietro a parole più comode, dietro a scuse di facciata, nascondendomi dietro a un dito.
Perché la verità era grossa come un ippopotamo, ma non riuscivo, o non volevo, vederla.
E adesso, adesso è tutto più chiaro.
Dopo una doccia bollente, è sempre tutto più chiaro.
Curioso, come sia tutto più chiaro. Oggi.
Dopo aver (ri)prova-to a volare.
non so come spiegarlo.
E' frustrante non riuscire ad eseguire correttamente un esercizio.
La stessa frustrazione di quando studiavo latino e mi toccava inventarmi le versioni, perché proprio non mi riusciva di tradurre.
Più o meno semrpe la stessa frustrazione di molte altre volte, acuita dal fatto, questa volta, che ci tengo.
E sì, non me ne frega niente.
Voglio. Devo. Posso.
E' questo che farà la differenza, questa volta.
Voglio, devo, posso.
Non mi tiro indietro. Non ora.
Avete presente quando si pensa tanto? Quando si pensa tanto ad un ricordo, ad uno in particolare?
E lo riassapori, e lo gusti ancora ed ancora ed ancora, fino a perderne il senso, fino a perderti nei sensi, fino a guardarlo da mille prospettive diverse?
...e quando il ricordo diventa straniante, e ti sembra addirittura di doverti chiedere "ma chi me lo sta facendo fare"?
Succede, forse, quando arrivi a guardare il ricordo tramite gli occhi di un terzo.
E arrivi a giudicarti, scioccamente.
E lì parte il dramma. Anzi, lo psicodramma.
Perché da una parte tutto si fa più dolce, dall'altra, ovviamente, tutto si fa meno intimo.
Più palese.
Distorto.
Non so.
Vorrei poter vedere sempre e solo con i miei occhi.
Fagocitare tutti quelli che mi stanno attorno per viverli in un'intimità senza tempo, senza spazio, senza turbamenti. Un posto nostro, e chi s'è visto s'è visto.
Poi il ricordo smette di essere solo, ne arriva un'altro che vi si sovrappone, si interseca, si...
e per un altro po', posso smetterla con le prospettive stranianti.
Catàbasi.
ovvero: uno spettacolo impegnativo tra i vicoli di barivecchia.
A parte la finta difficoltà nel trovare il posto (il mio senso del ragno ha guidato tutta la dompagine di gitani a destinazione con il minimo sforzo), il pericolo si è configurato nel tenere il controllo sulle sedie.
Ce le sfilavano da sotto al sedere, o ti guardavano con aria implorante da "scuss siorina che mi lascia la sedia?" fino a che tu, psicologicamente esausta, ti alzi e dici "prego, si segga pure" (pensiero: che le possa venire un cagotto fulminante...).
Una volta fatto il tuo gesto cavalleresco con malcelata stizza, l'altra difficoltà è rispondere correttamente alla domanda del pubblico "scusi... ma di che parla lo spettacolo??"
E lì, dopo aver soppresso la voglia di rispondere "Rocco e i suoi fratelli" opuure "Don Chisciotte", cerchi di rispondere a modo senza però minimizzare la stizza per aver lasciato la sedia, incrementata dal fatto che queste gentili signore venivano così, all'amicizia, senza sapere niente.
Uno sgrunt è d'obbligo. SGRUNT.
In compenso, siccome non tutti i mali vengono per nuocere, mi sono messa in primissima fila, anche se per terra.
Dicevo, Catàbasi - variazioni su Orfeo ed Euridice.
Che dire.
Con delle voci recitanti come Anna Garofalo e Rocco Capri Chiumarulo, si sa, si va sul sicuro. Specie se poi ad una si affidano i brani di ÒperÉ (di Stefano di Lauro) e all'altro, oltre che Ovidio, Virgilio e Rilke, dei brani cantati.
il tutto corredato da ottima musica dal vivo, il "paesaggio sonoro" dipinto da Giorgio Distante alla tromba e Paolo Mastronardi alla chitarra, con musiche scritte da Distante, Mastronardi e di Lauro.
E ovviamente, non poteva mancare la consueta raffinatezza dilauriana nel piano luci.
Non esagero nel dire che, a fine spettacolo, quando le luci si sono abbassate, prima di potermi unire agli applausi accorati ho dovuto trarre un lungo respiro. Ho dovuto defaticare.
Epocali gli applausi, la piazzetta gremita di gente che rendeva omaggio ai bravissimi artisti, splendidi, quasi eterei. Vestiti di bianco e nero, ombre in visita dal regno dei morti.
Questa è poesia.
...una poesia che si infrange quando esce il regista con la maglietta di Brontolo.
Se è vero che con dei professionisti si cade sempre in piedi, nei limiti del possibile, è anche vero che se i suddetti professionisti sono anche ispirati, la sera della performance, lo spettacolo viene una bomba.
Stamattina mi sono svegliata con un dolore lancinante al ginocchio.
Un dolore lancinante e pulsante, per far contento House e il Princeton Plainsboro nella definizione di un dolore.
Un 6 incrementabile per far contenti il Seattle Greys.
Ma tutto questo perché? Ah sì... perché anche questo mi riporta un po' indietro nel tempo... a qualche anno fa.
E' cominciato tutto con le note di una canzone di Elton John sentita un po' per caso e un po' per fato ieri, voce e piano di Elton John a riempire le mie notti solitarie.
E automaticamente il pensiero è tornato ad una Marika un po' più bambina, e alle sue emozioni amplificate, alle sue avventure ed alle sue scoperte. La mano è volata sul cellulare per mandare un sms all'unica persona che è rimasta, di quel periodo. Luna.
Che tristezza rendersi conto che di quelli che c'erano allora, ora non è rimasto quasi più nessuno. Ma che orgoglio poter dire che NOI ci siamo ancora.
Ovviamente il pensiero più forte è andato direttamente al Lombricone, e a tutto quello che ne consegue.
E in parte anche a quell'altro, Squalo, per assonanza emozionale.
E quindi alla nostra euforia, alle nostre confidenze, a metà tra il bambino e l'adulto, la serietà con cui si trattava una cotta adolescenziale e alle leggerezza con cui si trattavano le cose serie. In effetti, non ho mai brillato per tempismo... sono da sempre l'elogio al fuori tempo (massimo).
Un'altra persona è rimasta, di quel periodo. E per questo, se esiste un Dio -e sono quasi sicura che ci sia da qualche parte, con pop corn e birra a ridere di noi-, lo ringrazio.
E spero che le nostre strade si rincontrino significativamente ancora, non perché me lo meriti, ma perché sento di poterle rubare ancora qualcosa. Ancora ed ancora.
E in fondo, anche e soprattutto in questi anni è concentrato tutto ciò che mi ha fatto diventare ciò che sono ora. Aldilà del bene e del male.
INTP
INTPs are quiet, thoughtful, analytical individuals who don't mind spending long periods of time on their own, working through problems and forming solutions. INTPs tend to be less at ease in social situations and the 'caring professions,' although they enjoy the company of those who share their interests. They also tend to be impatient with the bureaucracy, rigid hierarchies, and politics prevalent in many professions, preferring to work informally with others as equals. INTPs' extraverted intuition often gives them a quick wit, especially with language, and they can defuse the tension in gatherings by comical observations and references. They can be charming, even in their quiet reserve, and are sometimes surprised by the high esteem in which their friends and colleagues hold them.
Ieri sera ho cenato.
E ancora una volta ho ripensato a quanta bienséance ci sia a riguardo dei legami di sangue. Inutilmente.
Il post di Spooky (assenzafragile.splinder.com/post/21228285/Mettiamola+cos%C3%AC) mi ha ""costretta"" a pensare.
Dove costretta è un parolone, diciamo che ho voluto pensarci un po' su... ma poco, perché poi mi viene mal di testa.
Io, al contrario suo, su una scala da uno a dieci mi darei un otto. Un "più-meno" otto... donna dalle grandi emozioni, dai grandi colpi di genio e dai grandi colpi di testa, dai fantastici discorsi e dalle enormi cazzate.
Non mi do un dieci perché c'è da migliorare... qualcosa da smussare, qualcosa da eliminare, qualcosa da incrementare.
Potenzialmente, un dieci.
Ma si sa -e questo anche a Valeria-, ontologicamente è l'essenza che ha il primato sulla potenza (per quanto rappresentino due sezioni della dinamica di una forza).
E' stata una strana giornata.
Carica di illusioni e disillusioni, incontri, scontri e rincontri più o meno fausti.
Non mi azzardo a fare dei bilanci, non ne sarei in grado. Solo, constato.
Che a volte la vita è strana, e a voler scovare dei segni in tutto quello che accade c'è da diventare pazzi, o da cambiare idea, strada, città, sesso.
Che a volte si rileggono frasi scritte (di proprio pugno o da altri), si ripensa a frasi dette, e le scopri in un certo modo profetiche. E ridacchi, perché pensi "cosa direbbe se..." o "come potevo sapere che...".
In fondo si tratta solo di smetterla di credere ai segni, o di crederci nella misura in cui riescono a farti andare avanti... o a farti scegliere, fatalmente, il cammino che tu volevi seguire.
Una sorta di pista tracciata da te stessa, così se vai fuori strada la scusa è che seguivi i segnali.
E nessuna colpa a nessuno, a me, a te, a lui, a tutti... ora, mi godo solo un po' di sensazioni che riaffiorano, sotto la pelle.
Alla vostra salute.