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Fano, 27.10.2009
Se è vero che il training attoriale è un'esperienza forte, è ancora più vero che, legandolo al Rosario, si carica di un valore spirituale e sacrale.
Sino dall'entrata, scalzi, nel refettorio illuminato dalla fioca luce delle candele, si respirava un'aria differente: varcare una porta, passare dal neon alla penombra, mutava radicalmente stato d'animo.
La ricerca, la riscoperta di un corpo che diamo per scontato, è stato il primo vero passo verso un'altra dimensione. Il raggio di luce che ci pervade per intero, da dentro, scorrendo nelle vene, quando sdraiati chiudiamo gli occhi, terminato il suo compito ci lascia, sereni, mentre il respiro si rilassa e lentamente riprendiamo coscienza. Più vivi. Più noi.
E' con questa consapevolezza che affrontiamo il salto del fiume, dapprima quasi con liberazione e poi con paura. Inizia il cammino con le nostre emozioni. E' in quest'atmosfera che le Squadriglie si stringono, si uniscono, recitano il rosario mano nella mano, e poi si sciolgono per ricominciare a camminare, a confrontarsi con lo "sconosciuto", a fidarsi di lui tanto da aprirsi e pregare insieme.
A questo punto, solo ora che abbiamo imparato a fare i conti con le nostre emozioni, possiamo affrontare il muro.
Il muro, l'ostacolo, un po' la vita. Abbiamo trovato il coraggio di guardarlo, parlargli, abbracciarlo, prenderlo a pugni, saltarci contro e piangergli addosso, mostrandoci senza veli e senza reticenze, nel breve spazio di qualche minuto.
Dopo il confronto pubblico è stato naturale anche il confronto intimo, testa contro il muro, pregando in silenzio, affidando al Signore ed alla Madonna il nostro sentire per poi riunirci in un unico scambio di energie, tutti per tutti, allo stesso ritmo, con lo stesso respiro, ascoltando il riverbero sulla cassa toracica della voce dell'altro, le mani sulle spalle, stretti in un abbraccio unico, avviluppante.
Necessario.
Detesto le convenzioni, detesto gli inquadramenti, detesto le definizioni, detesto il per sempre.
Prendetemi in giro, ma non inscatolatemi.
Scappo.
A volte capita che ti manchi qualcuno.
Oggi più degli altri giorni.
C'è un mondo, dentro. Dietro. C'è un mondo grande quanto una famiglia, e forte come era forte lui.
Assistere alla riapertura del Petruzzelli, fuori, vicino al maxischermo, mi ha fatto una strana impressione.
E il pensiero ricorrente era un "e se....?".
E se... cosa?
E se... tante cose.
E se il nonno ci fosse ancora? E se ci fosse stato per più tempo? E se fosse stato lui a trasmettermi con un pezzetto di dna tutta una serie di cose che mi accorgo avere discese dal cielo, o giù di lì? E se... e se... e se....
troppi se.
Troppi "se", guardando un Teatro, un Teatro che in bene o in male è un pezzo della mia vita, direttamente, indirettamente, per racconti, per tradizione...
Sono tornata a casa, e ho rimesso le mani nel cartone che tengo sempre sotto la scrivania. Sembra ingombro di cartacce da buttare, e invece... invece ci sono dei piccoli tesori. Dopo aver passato un considerevole numero di notti a gurdare, catalogare, scartabellare, scribacchiare, sbirciare, capire, interpretare quelle fotografie, sapevo dove mettere lem ani. Così mi sono immersa sino agli avambracci per tirare fuori un piccolo capolavoro.
Pochi l'hanno visto, è uno dei sipari di comodo, credo. Lo dipinse l'Armenise, raffigurandovi un momento importante della storia di Bari, la cacciata dei Saraceni ad opera della Repubblica di Venezia.
Molti hanno conosciuto il nonno. Pochi hanno la forza e la pazienza di un amore forgiato dalla convivenza quotidiana e dai costanti rimproveri. Pochissimi, forse nessuno?, possono dire di aver visto Anna dai capelli rossi con lui, sentendosi amati, stimati, allo stesso modo di quando alzavano la testolina frapponendosi fra lui ed un'altra persona.
L'ho vissuto poco. L'ho vissuto davvero troppo poco, e mi fa male.
Mi manca.
Mai come oggi, il pensiero va tutto a lui.
Sono giorni di confusione, un polverone che si alza sulle mie azioni, e mi impedisce di guardare avanti, indietro o ai lati.
Posso solo navigare a vista, e forse tanto mi basta.
Sono piena di voglia di fare, ma come al solito non riesco a dare sfogo a questi istinti primordiali. E' tipico della mia persona.
Quando ero piccola, almeno, disegnavo quello che volevo e quando volevo.
Ora... ora è più difficile.
Ora ho delle priorità, devo studiare, devo vedere gente, devo capire delle cose, devo fare esperimenti, devo.... e poi viene tutto il resto.
Poi, vengo io.
Il che è paradossale oltre che terribilmente crudele nei miei confronti.
Ma tant'è. Lo faccio, e basta.
Ci si districa, più o meno, anche così. Aspettando pazientemente un momento di calma, o, ancora meglio, un bel po' di vento in poppa. Nel frattempo cerco solo qualche alito di vento per andare avanti, che a rimanere ferma mi annoio.
Non capisco bene il senso di quello che ho scritto, eppure mentre lo scrivevo era così chiaro... ma ci sta. Sta bene anche così, lascio fare alle mie dita, per una volta.
Lascio scrivere loro e disconnetto il cervello, sarà anche il caso, una volta ogni tanto.
Ieri sera ho cenato.
E ancora una volta ho ripensato a quanta bienséance ci sia a riguardo dei legami di sangue. Inutilmente.
E' stata una strana giornata.
Carica di illusioni e disillusioni, incontri, scontri e rincontri più o meno fausti.
Non mi azzardo a fare dei bilanci, non ne sarei in grado. Solo, constato.
Che a volte la vita è strana, e a voler scovare dei segni in tutto quello che accade c'è da diventare pazzi, o da cambiare idea, strada, città, sesso.
Che a volte si rileggono frasi scritte (di proprio pugno o da altri), si ripensa a frasi dette, e le scopri in un certo modo profetiche. E ridacchi, perché pensi "cosa direbbe se..." o "come potevo sapere che...".
In fondo si tratta solo di smetterla di credere ai segni, o di crederci nella misura in cui riescono a farti andare avanti... o a farti scegliere, fatalmente, il cammino che tu volevi seguire.
Una sorta di pista tracciata da te stessa, così se vai fuori strada la scusa è che seguivi i segnali.
E nessuna colpa a nessuno, a me, a te, a lui, a tutti... ora, mi godo solo un po' di sensazioni che riaffiorano, sotto la pelle.
Alla vostra salute.
Mi sono accorta che è un bel po' che non scrivo. E che è un bel po' che non scrivo con regolarità.
Me ne sono accorta ieri, studiando di quell'invasato di Ennio che si sentiva la reincarnazione di Omero.
Anzi, è da un bel po' che non scrivo, e non ho scritto per un bel po'. Anzi ancora, mi correggo, da e per troppo tempo.
E' che a volte mi accorgo di star vivendo.
Vivendo forte.
Ed è una bella giostra, alla fine dei conti.
Se è vero che ci vedremo alla resa finale (Dracula imperat, strizzatina d'occhio a Mextli), ammetto che anche questo anno merita un +.
Ma forse è solo la mia tendenza a vedere il bicchiere mezzo pieno, purché si tratti di roba alcolica.
E di roba "da sballo", da inebriarsi, da capogiro, in questi otto mesi di 2009 ce n'è stata abbastanza. Altra strizzatina d'occhio, questa volta ad un lettore ignoto.
Ho tante cose per la testa, tante cose da voler scrivere, un'infinità di idee che si affollano all'entrata del cervello (all'uscita...) ma che rimangono incagliate. Essì, perché all'atto pratico non esce nulla.
Forse sono un po' intristita, ingrigita.
Da una perdita, che è quella del vechio romanzo, o almeno, dal file di miscellanea che avevo scritto... stavo scrivendo pagine su pagine di un misterioso e fantomatico dialogo inventato, vissuto, con una tecnica che ha ben poco di normale e moltotroppo di psicometodo. Ma a quello ci ho fatto caso dopo, qualche ora dopo, almeno, quando sono ritornata me stessa spossata e vagamente diversa.
Che è la stessa idea di quando a scuola per saltare l'interrogazione ti fingi malato, e ti fingi malato ocn tutte le tue forze... e alla fine, malato lo sei davvero.
Un po' perché hai fregato il prof, un altro po' perché ti sei fatto fregare dalla tua bugia.
Anche questo è un paradosso...
Ritornando a Ennio... non capisco come la gente possa dichiarare di ricevere in sogno lo spirito di qualcun altro. Ho qualch dubbio sulla metempsicosi, o almeno sulla metempsicosi dei vip... insomma, se proprio devo essere la reincarnazione di qualcuno, mi basta uno sciamano indiano. Non pretendo certo di essere il doppio moderno di Bukowski. O di Hugo (anche se piuttosto che scrivere il cap Paris à vol d'oiseau avrei preferito il suicidio...). O di Kierkegaard. O di chissà chi altro, insomma.
Ho natali umili, e me li tengo anche nelle teorie orfeico-pitagoriche.
Del resto il sogno della mia vita è terminarla a spasso sotto i ponti. E il mio karma mi dice che non mi sbaglio... e che sto lavorando bene per raggiungere il mio scopo.
Del resto è tutto lì, no? E' la determinazione.
No, non predeterminazione. Quella è un'altra cosa. Quella è una cosa brutta, lasciamola dormire.
Spero di non lasciar dormire ancora a lungo quello che voglio.
Anzi, facciamo così. Vado a cercare di svegliarlo.
à bientot (sè, come no)
ps_
per la teoria del "cerco un segno", prima di loggarmi mi sono lungamente interrogata sulla password, che ovviamente non ricordavo. Il computer sì.
Ho trovato 9 pvt.
Ho dovuto pensare 3 volte se scrivere o meno questo ps.
onde
su di me
si infrangono
sul mio freddo inverno.
Giorno e mese imprecisato del 1999.
Casa Osanna.
E' una giornata nuvolosa e ventosa, il freddo che entra nei pantaloncini e scuote le membra.
Una bimba -sì, una bimba- dai capelli ricci cortissimi viene accompagnata, in mezzo al cerchio, davanti ai Vecchi Lupi.
Tutto il Branco la sta a guardare. Il suo Capo Sestiglia la lascia da sola a compiere il suo destino.
Lì, in quella sede, in quel clima sacrale, le viene scherzosamente affidato un soprannome destinato a diventare quasi profetico.
"la nostra Calamity Jane", sentenzia ridendo Bagheera.
La bimba si gira e pronuncia emozionata la sua prima Promessa sotto lo sguardo benevolo e protettivo di Akela, Bagheera, Kaa, e Mang.
Così ricevette il benvenuto nella grande famiglia del suo Bari 3.
1 marzo 2009.
Casa Osanna.
E' una giornata nuvolosa e ventosa, il freddo che entra nei pantaloncini e scuote le membra.
Quindici ragazzini vengono accompagnati, a turno, in mezzo al quadrato, davanti alla bimba -ormai quasi donna- dai capelli ricci e lunghi ed al resto dell'équipe schierata.
Tutto il Reparto sta a guardare. I Capi Squadriglia li lasciano soli a compiere il loro passo.
La donna cinge il collo di ognuno di loro con un fazzolettone. Intanto ripensa al suo. Ripensa a lei, a quando la prima volta indossò quello stesso fazzolettone giallo e blu che ancora oggi porta al collo.
Ripensa a quando, proprio lì, tutto ebbe un suo inizio.
Il ricordo si perde tra le nebbie del tempo, gli occhi si velano di commozione.
La donna si gira. Accanto a sé, il suo Capo Sestiglia e Mang. Poco lontano, Akela.
"Benvenuto nella grande famiglia del Bari 3...".
i ritmi non si stanno ancora placando, in compenso sono diventati regolari, non ci sono più bruschi assestamenti.
tutto il tempo passato in posizioni strane si sta facendo sentire sulle spalle, ho i muscoli che stanno giocando a twister... e assicuro che non è una bella sensazione.
Per il resto, ho provato a sbloccare il blocco di cui parlavo qualche intervento più giù, ne sono uscite due vignette abbastanza carine. Credo di averne persa una già disegnata ma mai colorata, forse nel bailemme della mia stanza la riuscirò a ritrovare, tra qualche secolo.
ieri stavo sbagliando per l'ennesima volta ad inviare un sms, ma questa volta lo sbaglio sarebbe stato grave.
stavo per inviare a Diabolika un sms destinato a Luna; il contenuto era insulso, quasi quotidiano, ma lo sbaglio di destinatario poteva essere fatale... o meglio, il solo fatto che io abbia quasi sbagliato è chiaro sintomo di-
a) stanchezza e distrazione
b) questioni irrisolte.
Sono vere entrambe, ma una è più vera dell'altra.
Ho dormito un sacco, ma ho ancora sonno.
ieri mi sono addormentata sulla sedia mentre sentivamo un'intervista. La cosa curiosa è che ho smesso di sentire le parole, che si sono sovrapposte e confuse in un brusìo indistinto, ma ho continuato a provare sensazioni tattili, contatto, calore, freddo.
Son cose strane.